
Ai #MagazzinidelMap di Villanova d’Albenga, Anteprima su appuntamento Marzo/Aprile 2026 .
Amazzonia, la cultura dell’essere è un insieme di opere dei popoli originari dell’Amazzonia e, allo stesso tempo, un’installazione. Non una semplice raccolta di oggetti, ma un percorso pensato come un’unica opera, attraversabile.
La metafora che guida questa narrazione è quella del fiume: elemento vitale che unisce popoli, territori e storie lungo i bacini dell’Orinoco, dell’Amazzoni e del Paraná–Río de la Plata. Questo fiume è evocato dalle forme di polistirolo recuperate e riutilizzate nelle installazioni dei Magazzini del MAP: materiali nati per l’edilizia, sottratti alla discarica e trasformati in onde. Su queste onde scorrono idealmente figure ancestrali, testimonianza di culture per le quali l’acqua non è solo ambiente, ma principio di vita.
Come scrive Nietta Aprà, «la maschera non appartiene a un mondo illusorio, ma al regno della realtà». Le maschere che accompagnano questo percorso non rappresentano i popoli originari: sono i popoli originari . Presenze che avanzano come in una processione silenziosa per raccontare storie, riti, visioni del mondo fondate sull’essere, non sull’avere.
Questa esposizione non intende essere esaustiva né porsi in competizione con i grandi musei che custodiscono capolavori di arte piumaria amazzonica, oggi giustamente tutelata da normative internazionali. Il nostro obiettivo è diverso: offrire una testimonianza, affidandoci alla forza di una selezione di oggetti capaci di parlare da soli, attraverso quel rito universale che è la bellezza, che non richiede spiegazioni ma attenzione, disponibilità, tempo.
In questo senso, il riferimento al museo come Mouseion — luogo sacro alle Muse, spazio di conoscenza e contemplazione — non è casuale. Anche qui, l’esperienza nasce dall’incontro diretto con gli oggetti, non dalla loro accumulazione.
La mostra è resa possibile grazie alla generosità di Grazia e Alberto Quartapelle, che hanno donato una significativa collezione di opere amazzoniche. Alberto, antropologo e collezionista, ama definirsi “collezionista di immagini ed emozioni” e sostiene che gli oggetti capaci di generare emozioni non debbano essere posseduti, ma condivisi. È difficile non pensare, in questo contesto, alla teoria del dono descritta da Bronisław Malinowski: un sistema fondato non sull’accumulo, ma sulla relazione, sull’alleanza, sul legame.
Essere, non avere. È questa, in fondo, la cultura che il fiume continua a trasmettere.
Riferimenti
Nietta Aprà
Critica d’arte e curatrice, tra le principali studiose del rapporto tra arte, ritualità e dimensione del reale.
“Cultura dell’essere”
Espressione utilizzata dal sociologo Agostino Palazzo per introdurre I Piaroa di Giorgio Costanzo (Pacini Editore, 1977), in riferimento a una visione del mondo fondata sulla relazione e non sull’accumulazione.
Arte amazzonica e linguaggio delle piume
Per un approfondimento sul ruolo centrale dell’arte piumaria nelle culture amazzoniche si veda:
https://www.tribaleglobale.it/newsletter/a /
Contemplazione
Dal latino contemplatio, termine legato all’osservazione di uno spazio sacro delimitato (templum), da cui deriva l’idea di uno sguardo attento, concentrato e interiorizzato.
Kula Ring
Sistema di scambio rituale studiato da Bronisław Malinowski nelle isole Trobriand, fondato sul dono come legame simbolico e relazionale, più che sull’utilità materiale o sull’accumulazione.
Giuliano Arnaldi, Onzo 8 febbraio 2026
IL MAP
Le attività del format MAP – Museo Nomade di Arti Primarie, espressione operativa di Tribaleglobale, sono strutturate come dialoghi tra opere d’arte apparentemente distanti nello spazio e nel tempo.
Questa scelta non risponde soltanto alla ricerca di un effetto estetico suggestivo, ma nasce dalla convinzione che i linguaggi dell’arte siano in grado di evocare stati di coscienza e sentimenti comuni all’esperienza umana, fin dalle epoche più remote.
Le opere d’arte, in questa prospettiva, manifestano una evidenza archetipica: concentrano e rendono visibili le grandi domande legate al mistero della vita, interpellando direttamente chi guarda.
Pensiamo gli elementi che compongono un’opera come unità alfabetiche di un sistema di comunicazione metaforico, naturalmente predisposto a interiorizzare e trasmettere concetti in modo istintivo, profondo ed efficace. Questo processo appare talvolta più evidente di fronte all’arte astratta, che, sottraendosi a riferimenti immediatamente riconoscibili, invita a un’esperienza percettiva meno mediata.
Le ricerche della Psicologia della Gestalt, la scoperta dei neuroni specchio, la definizione della pareidolia visiva indicano una dimensione che possiamo sintetizzare con l’espressione #pensiamoimmagini. Da decine di migliaia di anni l’essere umano elabora il mondo attraverso forme visive; in questo senso, gli emoticon contemporanei condividono lo stesso alfabeto essenziale delle incisioni rupestri.
Anche gli elementi figurativi di un’opera — un volto, un paesaggio, il colore di un drappeggio — possono essere letti non solo per ciò che rappresentano, ma come forma, colore e materia, strumenti capaci di evocare stati di coscienza.
L’arte, infatti, non descrive: testimonia ed evoca.
Pur adattandosi ai contesti storici e culturali, può andare oltre, perché radicata nel nostro stesso funzionamento neurofisiologico. Per questo diventa lingua universale, non nel senso di essere uguale per tutti, ma nel parlare a ciascuno. Non è chiamata a essere banale, ma semplice; non riduce, ma sintetizza; fonde linguaggi ed elementi diversi.
La potenza evocativa di un’opera può emergere attraverso la forma, il colore, la materia, il titolo o il richiamo a iconografie consolidate, archetipiche o inconsce. Ma questa potenza si compie nello sguardo di chi osserva, che attraverso l’opera riconosce e si riconosce.
L’artista intuisce che oltre la razionalità esiste una dimensione altra della realtà, e che il suo compito è renderla visibile.
Negli eventi che chiamiamo dialoghi tribaleglobale, mettiamo in relazione linguaggi apparentemente lontani per far emergere una lingua comune: quella dell’arte. La dimensione ieratica di una figura femminile Lobi può entrare in risonanza con la sinuosità di una Maddalena barocca. Dove c’è bellezza, c’è sempre dialogo — e talvolta, il risultato è sorprendente.









