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Amazzonia. La cultura dell’essere

Ai #MagazzinidelMap di Villanova d’Albenga, Anteprima su appuntamento Marzo/Aprile 2026 .

Amazzonia, la cultura dell’essere è un insieme di opere dei popoli originari  dell’Amazzonia e, allo stesso tempo, un’installazione. Non una semplice raccolta di oggetti, ma un percorso pensato come un’unica opera, attraversabile.

La metafora che guida questa narrazione è quella del fiume: elemento vitale che unisce popoli, territori e storie lungo i bacini dell’Orinoco, dell’Amazzoni e del Paraná–Río de la Plata. Questo fiume è evocato dalle forme di polistirolo recuperate e riutilizzate nelle installazioni dei Magazzini del MAP: materiali nati per l’edilizia, sottratti alla discarica e trasformati in onde. Su queste onde scorrono idealmente figure ancestrali, testimonianza di culture per le quali l’acqua non è solo ambiente, ma principio di vita.

Come scrive Nietta Aprà, «la maschera non appartiene a un mondo illusorio, ma al regno della realtà». Le maschere che accompagnano questo percorso non rappresentano i popoli originari: sono i popoli originari . Presenze che avanzano come in una processione silenziosa per raccontare storie, riti, visioni del mondo fondate sull’essere, non sull’avere.

Questa esposizione non intende essere esaustiva né porsi in competizione con i grandi musei che custodiscono capolavori di arte piumaria amazzonica, oggi giustamente tutelata da normative internazionali. Il nostro obiettivo è diverso: offrire una testimonianza, affidandoci alla forza di una selezione di oggetti capaci di parlare da soli, attraverso quel rito universale che è la bellezza, che non richiede spiegazioni ma attenzione, disponibilità, tempo.

In questo senso, il riferimento al museo come Mouseion — luogo sacro alle Muse, spazio di conoscenza e contemplazione — non è casuale. Anche qui, l’esperienza nasce dall’incontro diretto con gli oggetti, non dalla loro accumulazione.

La mostra è resa possibile grazie alla generosità di Grazia e Alberto Quartapelle, che hanno donato una significativa collezione di opere amazzoniche. Alberto, antropologo e collezionista, ama definirsi “collezionista di immagini ed emozioni” e sostiene che gli oggetti capaci di generare emozioni non debbano essere posseduti, ma condivisi. È difficile non pensare, in questo contesto, alla teoria del dono descritta da Bronisław Malinowski: un sistema fondato non sull’accumulo, ma sulla relazione, sull’alleanza, sul legame.

Essere, non avere. È questa, in fondo, la cultura che il fiume continua a trasmettere.

Riferimenti

Nietta Aprà

Critica d’arte e curatrice, tra le principali studiose del rapporto tra arte, ritualità e dimensione del reale.

“Cultura dell’essere”

Espressione utilizzata dal sociologo Agostino Palazzo per introdurre I Piaroa di Giorgio Costanzo (Pacini Editore, 1977), in riferimento a una visione del mondo fondata sulla relazione e non sull’accumulazione.

Arte amazzonica e linguaggio delle piume

Per un approfondimento sul ruolo centrale dell’arte piumaria nelle culture amazzoniche si veda:

https://www.tribaleglobale.it/newsletter/a /

Contemplazione

Dal latino contemplatio, termine legato all’osservazione di uno spazio sacro delimitato (templum), da cui deriva l’idea di uno sguardo attento, concentrato e interiorizzato.

Kula Ring

Sistema di scambio rituale studiato da Bronisław Malinowski nelle isole Trobriand, fondato sul dono come legame simbolico e relazionale, più che sull’utilità materiale o sull’accumulazione.

Giuliano Arnaldi, Onzo 8 febbraio 2026

waura xingu  quartapelle

IL MAP

Le attività del format MAP – Museo Nomade di Arti Primarie, espressione operativa di Tribaleglobale, sono strutturate come dialoghi tra opere d’arte apparentemente distanti nello spazio e nel tempo.

Questa scelta non risponde soltanto alla ricerca di un effetto estetico suggestivo, ma nasce dalla convinzione che i linguaggi dell’arte siano in grado di evocare stati di coscienza e sentimenti comuni all’esperienza umana, fin dalle epoche più remote.

Le opere d’arte, in questa prospettiva, manifestano una evidenza archetipica: concentrano e rendono visibili le grandi domande legate al mistero della vita, interpellando direttamente chi guarda.

Pensiamo gli elementi che compongono un’opera come unità alfabetiche di un sistema di comunicazione metaforico, naturalmente predisposto a interiorizzare e trasmettere concetti in modo istintivo, profondo ed efficace. Questo processo appare talvolta più evidente di fronte all’arte astratta, che, sottraendosi a riferimenti immediatamente riconoscibili, invita a un’esperienza percettiva meno mediata.

Le ricerche della Psicologia della Gestalt, la scoperta dei neuroni specchio, la definizione della pareidolia visiva indicano una dimensione che possiamo sintetizzare con l’espressione #pensiamoimmagini. Da decine di migliaia di anni l’essere umano elabora il mondo attraverso forme visive; in questo senso, gli emoticon contemporanei condividono lo stesso alfabeto essenziale delle incisioni rupestri.

Anche gli elementi figurativi di un’opera — un volto, un paesaggio, il colore di un drappeggio — possono essere letti non solo per ciò che rappresentano, ma come forma, colore e materia, strumenti capaci di evocare stati di coscienza.

L’arte, infatti, non descrive: testimonia ed evoca.

Pur adattandosi ai contesti storici e culturali, può andare oltre, perché radicata nel nostro stesso funzionamento neurofisiologico. Per questo diventa lingua universale, non nel senso di essere uguale per tutti, ma nel parlare a ciascuno. Non è chiamata a essere banale, ma semplice; non riduce, ma sintetizza; fonde linguaggi ed elementi diversi.

La potenza evocativa di un’opera può emergere attraverso la forma, il colore, la materia, il titolo o il richiamo a iconografie consolidate, archetipiche o inconsce. Ma questa potenza si compie nello sguardo di chi osserva, che attraverso l’opera riconosce e si riconosce.

L’artista intuisce che oltre la razionalità esiste una dimensione altra della realtà, e che il suo compito è renderla visibile.

Negli eventi che chiamiamo dialoghi tribaleglobale, mettiamo in relazione linguaggi apparentemente lontani per far emergere una lingua comune: quella dell’arte. La dimensione ieratica di una figura femminile Lobi può entrare in risonanza con la sinuosità di una Maddalena barocca. Dove c’è bellezza, c’è sempre dialogo — e talvolta, il risultato è sorprendente.

Maschera táwü,, cultura Cubeo, Amazzonia . Rafia, fibre vegetali Cm 147x74                    . Prov. Collezione Berger, Milano
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Cose dell’altro Mondo, opere provenienti da dove sorge il Sole…

cover cose dell'altro mondo

COSE DELL’ALTRO MONDO

Una selezione di opere provenienti da dove sorge il sole

“ Si vuole che la parola Asia derivi da una voce semitica (p. es. l’assiro Açu) significante “oriente”, e che sarebbe stata usata dai Fenici e dai Greci per indicare il Paese d’Oriente, in contrapposto a Europa (Ereb), Paese d’Occidente; ma tale etimologia è tutt’altro che sicura, e l’origine del nome Asia, come quella di gran parte dei nomi geografici antichi, è da considerarsi tuttora ignota.” ( treccani.it

La Storia sta rimescolando le carte, ed Ereb sembra perdere la partita. Senza addentrarci in complesse analisi geopolitiche appare evidente la crisi del nostro mondo, crisi morale prima che economica. Non facciamo più figli, non crediamo più a nulla che non sia spettacolo e merce..Il “deus ex machina” (1) che Euripide e gli altri tragediografi Greci facevano apparire in momenti in cui la rappresentazione del dramma richiedeva un intervento divino autorevole e risolutore, oggi è il nome di un progetto usato in Svizzera  per definire un inquietante esperimento di  intelligenza artificiale: a Lucerna una chiesa ha deciso di installare un “Gesù AI” capace di dialogare con i fedeli in 100 lingue, e  per due mesi, oltre 1.000 persone hanno interagito con questo avatar . Pare che non pochi fedeli l’abbiano considerata una esperienza mistica; il  sistema di valori laico non è messo meglio, è sufficiente ascoltare Trump o più banalmente andare al bar e sentire cosa dice la gente per rendersi conto che libertà, democrazia, cultura sono quotidianamente schiacciati dal “tacco 12” della signora Santanchè. 

Cina e India si avviano a conquistare una supremazia economica e  geopolitica che porterà con se inesorabilmente un ripensamento della  visione complessiva del mondo, e sopratutto della presenza in esso dell’umanità. Forse è il momento di iniziare a capire le origini di quelle culture, e noi proviamo a farlo esponendo una piccola ma non insignificante raccolta di opere d’arte che provengono da quelle culture.

Abbiamo scelto opere diverse , con provenienze culturali diverse. 

Nella Casa degli Artisti di Cosio d’Arroscia troverete tra l’altro:

  • Una selezione di Kakemono ( 2 ); questi dipinti, così  ricchi di valore mistico e simbolico, sono a nostro avviso una interessante testimonianza di come il Giappone abbia assorbito, interiorizzato ed arricchito l’influsso culturale determinante proveniente da Cina e Corea
  • Alcuni oggetti provenienti dall’India, prevalentemente dal Rajasthan, raccolti a partire dagli anni sessanta del secolo scorso da Giuseppe Berger, probabilmente il più interessante collezionista di opere d’arte provenienti dall’India. Potrete vedere oggetti d’uso quotidiano, – giochi, utensili- elementi architettonici rituali,  importanti bronzi rituali legati al culto di Virabhadra. Questi oggetti introducono tra l’altro una esposizione ben più ampia che si terrà entro la fine del 2025 negli spazi dei #magazzinidelMap a Villanova d’Albenga, dove esporremo, tra l’altro oltre 140 bronzi provenienti dalla #CollezioneBerger .
  • Una collezione di maschere usate per la danza rituale Topeng.( 4 )
  • 2) Il kakemono (掛物? letteralmente “cosa appesa”), o kakejiku (掛軸?), è un dipinto o una calligrafia giapponese, su seta, cotone o carta, organizzato a guisa di rotolo e destinato a essere appeso. A differenza dell’emakimono, un rotolo che viene aperto in senso orizzontale su una superficie, il kakemono si apre in verticale ed è concepito come decorazione murale da interno. Viene spesso esposto nel tokonoma. Essendo collegato a periodi specifici dell’anno o a occasioni particolari è esposto solo temporaneamente e poi riposto, accuratamente arrotolato, in apposite scatole oppure sostituito da un altro kakemono più appropriato alla nuova data (vi sono famiglie giapponesi che ne possiedono in gran numero, addirittura centinaia). fonte Wikipedia
  • 3) Virabhadra non significa “guerriero”, ma è un nome proprio, di una divinità, composto da due termini: Vira e Bhadra.  Il primo, Vira ( वीर ) significa eroe, uomo coraggioso, figlio maschio, eroismo, sacro fuoco rituale. Una connessione meravigliosa è la comune origine di questo termine con il latino Vir, uomo, da cui deriva appunto l’italiano virile. Sanscrito, latino, italiano e indi hanno infatti una comune origine tra le genti indoeuropee che 3-4.000 anni fa popolavano l’asia centrale e sono numerosi i termini che hanno uguale radice. Usciremmo dal tema di questo articolo, ma basti ricordare che madre in latino si dice mater e in sanscrito mata, così come il fuoco che in latino è igni, diviene agni in sanscrito, come il Dio Agni, eccetera, eccetera. Virasana,  la posizione dell’eroe, è però una posizione molto differente da Virabhadrasana, e si esegue seduti. Il secondo, Bhadra (भद्र), significa buono, benevolo, di buon auspicio, bello, felice, grandioso, ma anche ferro, acciaio, oro, prosperità e vari altri concetti. Il sanscrito è infatti una lingua che è stata utilizzata per migliaia di anni praticamente invariata, un caso abbastanza raro nel panorama linguistico, in quanto divenne lingua rituale (altra analogia con il latino), e quindi i termini hanno sovente moltissimi diversi significati. Questa caratteristica unita al tema mistico della maggioranza dei testi, non ne facilita la chiarezza, ma proprio qui nasce la ricchezza e la bellezza interpretativa della sua letteratura.( fonte  https://www.yogamagazine.it/2016/10/il-mito-dietro-le-asana-virabhadra-il.html )
  • 4) Si veda https://giulianoarnaldi.blogspot.com/2024/08/topeng-la-forma-formante-topeng-forming.html 

qui puoi vedere un tour virtuale

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Reliquus, la lezione del Dolore

cover reliquus la lezione del dolore
clicca qui sopra per vedere le opere esposte

Reliquus è una espressione che Tribaleglobale usa da anni, è diventato un format che si rinnova ogni anno, specialmente nel periodo Pasquale. Ne ho già scritto potete vedere qui un approfondimento https://giulianoarnaldi.blogspot.com/2022/12/reliquus-cio-che-resta.html

La reliquia – letteralmente ciò che resta-  con il suo potente messaggio simbolico ed educativo assume in questo periodo un valore profondo, almeno per i Cristiani: la Croce è la reliquia per eccellenza; mettendo insieme i pezzi di tutte le reliquie della “Vera Croce” riportate dalle Crociate si potrebbe probabilmente tirare su un grattacielo,  ma questo fatto nulla toglie al valore morale e metaforico di quel simbolo, testimonianza plastica  ed evidente di una sofferenza salvifica, della morte che diventa vita grazie a chi si fa carico della sofferenza dell’intera umanità. La stessa forma ancestrale della Croce affonda le sue radici nella profondità del tempo, indica i punti cardinali, definisce un perimetro esistenziale prima che fisico. Nella tradizione Cristiana diventa inoltre il simbolo di un tempo che ha una durata precisa, quaranta giorni, e che è destinato ad incardinare nello scorrere della sofferenza quaresimale il percorso inevitabile verso la Resurrezione della Pasqua; non a caso Pasqua deriva dal latino  pascha, in greco  πάσχα, adattamenti dell’ebraico pesaḥ (aramaico pisḥā),che letteralmente significa passare oltre (fonte treccani.it).

Vale la pena, sopratutto quest’anno, di soffermarsi sul tema della Quaresima e in particolare del significato del numero quaranta.

Scandire il tempo mediante riti è tipico dell’essere umano, da sempre, e a ben vedere i riti cambiano aspetto ma raramente sostanza. Prendiamo ad esempio la Quaresima;  da un punto di vista etimologico in italiano quaresima, come anche il francese carême, deriva dal latino ecclesiastico quadragäsëma, femminile sostantivato dell’aggettivo quadragäsëmus “quarantesimo” e pertanto significa propriamente “quarantesimo giorno (prima di Pasqua)” . Perchè fissare in quaranta giorni l’attesa della Resurrezione?

Sant’Agostino sosteneva che il numero quaranta esprime la perfezione “poiché la Legge è stata data nei dieci comandamenti, allora è per tutto il mondo che la Legge è stata predicata e tutto il mondo è composto di quattro parti: Oriente e Occidente, Sud e Nord; quindi, moltiplicando dieci per quattro, si ottiene quaranta. O, meglio, è per i quattro libri del Vangelo che la Legge si compie”. 

Mīm(in arabo ميم? /mi:m/) è la ventiquattresima lettera dell’alfabeto arabo. Nella numerazione abjadessa assume il valore 40, e coincide con l’arcano maggiore Tredici dei Tarocchi, La Morte, che segna il compimento di una fase della vita, la trasformazione e il cambiamento; Per la ghematria, il metodo Rabbinico che attribuisce un valore numerico ad ogni lettera ebraica, mem(מ,ם) rappresenta la decina 40. Si tratta di un numero assai significativo e simbolico nella Bibbia ebraica come nei Vangeli. La pioggia del diluvio cadde sulla terra per 40 giorni e 40 notti. Gli ebrei peregrinarono nel deserto per 40 anni. Mosè stette sul Monte Sinai per 40 giorni. Gesù digiunò per quaranta giorni. Il Buddha digiunò nel deserto 40 giorni prima di iniziare a divulgare i suoi insegnamenti. Nella cultura Islamica i morti si piangono per 40 giorni:  Nell’Induismo, la maggior parte delle preghiere popolari sono composte da 40 slokas (strofe). Gli antichi Egizi immergevano il corpo del defunto in acqua salata per quaranta giorni, prima di concludere il complesso percorso di mummificazione. In molte culture africane il periodo di iniziazione dei giovani dura quaranta giorni….e si potrebbe andare avanti, aggiungendo che in tutte le culture la “quarantena” ( altro suggestivo esempio della scelta simbolica di questo numero ) è il tempo in cui avviene un cambiamento profondo, impegnativo e sofferto, vissuto nel silenzio, nella riflessione e nel mistero. 

Perchè proprio il numero quaranta?

Credo che la risposta più semplice sia quella più convincente. Entro le 24 ore che seguono il concepimento di una vita umana, lo zigote (la prima cellula che si forma dall’incontro dei due gameti provenienti da madre  e padre) va incontro a una rapida crescita formando l’embrione. Fino all’ottava settimana circa, (curiosamente  il doppio di 4..)  l’embrione si sviluppa ulteriormente dando luogo a un organismo più complesso: il feto. In una gravidanza fisiologica ci vogliono circa 40 settimane affinché quest’ultimo si sviluppi prima del parto. E gli esseri umani conoscono questo fatto da sempre, è l’unico dato concreto nel grande Mistero della vita. Ed ecco che nella dimensione della ritualità, l’ambito nel quale l’interazione con il Mistero è possibile, il numero diventa concretamente simbolico ed evocativo. 

Poi c’è, ci dovrebbe essere,  il 41mo giorno…quello della Resurrezione, della nascita della vita…Quest’anno, in questo difficilissimo 2025 è difficile immaginare il 41mo giorno, e non solo in Ucraina e a Gaza. Abbiamo scelto di dare corpo a questa che pare una interminabile Quaresima senza Resurrezione con il potente linguaggio che parla l’arte in ogni luogo del mondo. Gli Ecce Homo seicenteschi, la grande Deposizione della fine del XVI secolo parlano la stessa lingua dei reliquiari Kota, Asmat, Giapponesi, rappresentano la lezione di “ciò che resta” per ricordarci il dolore può insegnare molto, sempre e dovunque.

Giuliano Arnaldi, 5 marzo 2025

Reliquus, la lezione del Dolore

E’ un evento curato da Giuliano Arnaldi e Lorenzo Gaudenti.

le opere esposte provengono dalla Collezione Tribaleglobale.

Ai #magazzinidelMap di Villanova d’Albenga – località Coasco – Via Marina Verde

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Mottainai, Giappone Ancestrale

ai #magazzinidelMap di Villanova d’Albenga si conclude il ciclo #bellezzaincantiere con l’esposizione dedicata al Giappone. Le opere esposte provengono dalla #CollezioneTribaleglobale. 

“Il nostro intento è quello di trasportare il visitatore in un estremo oriente che non è facile incontrare in televisione e nemmeno in molti libri; il MAP apre le porte al Giappone tradizionale per mostrare la sua vera essenza. All’interno del nostro spazio espositivo ci si accosta alla cultura del Sol Levante attraverso un percorso fatto di preziosi oggetti e del valore che ottengono proprio grazie al Mottainai”- ci dice Lorenzo Gaudenti, Presidente dell’ Associazione MAP –

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Il termine Mottainai, filo conduttore dell’esposizione, va oltre il semplice riutilizzo: è una filosofia che trasforma la riparazione in arte, dove ogni oggetto si fa simbolo di cura e valore. Tra le opere esposte i visitatori potranno ammirare i Boro, indumenti realizzati con pezzi di cotone di recupero, riutilizzati fino al loro limite e poi impiegati come toppa per altri Boro tramite la tecnica Sashiko. Sono presenti anche iSakebukoro, sacchi per filtrare il prezioso Saké, riparati con rammendi che richiamano l’arte del Kintsugi. La mostra include inoltre oggetti legati alla tradizione samurai, come gli elmi da battaglia Kabuto e i Jingasa, copricapi della quotidianità, simbolo dell’epica giappone che va dall’XI al XIX secolo. “Mottainai, troppo belli per essere sprecati” fa seguito all’omaggio a Filippo Biagioli in occasione del suo 50esimo compleanno e alla recente esposizione dedicata alle maschere rituali e agli elmi, continuando la tradizione del museo di offrire esperienze culturali uniche. La mostra è visitabile gratuitamente previa prenotazione obbligatoria.

LA PURPOSE DEL MAP MUSEUM. Per il MAP, “Mottainai” non è solo un’esplorazione del riuso, ma un invito ariscoprire il valore delle cose, celebrando la bellezza che nasce dalle cicatrici e dalle riparazioni.Un’esperienza che unisce passato e presente, trasformando il vecchio in nuovo. Con questa mostra, il MAPvuole dare voce all’arte primaria come ponte tra società e culture, offrendo una chiave di lettura dell’arte nella sua applicazione concreta alla vita. Il museo costruisce un arcipelago culturale che dà voce al popolo,valorizzando tradizione e filosofia del Mottainai come strumenti per comprendere le nostre radici.

clicca qui per vedere le opere esposte.

COVER MOTTAINAI
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E’ nato il jardin situationniste / the situationist garden was born.

tra Cosio d'Arroscia e Onzo, passando per Vendone e....

Ansgar Elde, Ceramica . 1990

le opere esposte sono visibili qui https://flic.kr/s/aHBqjBENLb

Nasce nella Valle Arroscia un ” Jardin Situationniste”,  format ispirato al fortunato libro di Asger Jorn ” Le Jardin d’Albisola”. La rete di spazi espositivi organizzata dalle Associazioni MAP museo di Arti Primarie e SituaZioni Tribaliglobali ospita un insieme di eventi legati alla esperienza artistica e culturale attiva  nella seconda metà del secolo scorso nella Liguria di Ponente, tra Albisola e Cosio d’Arroscia. Tra Onzo e Cosio, dove sono già esposte in modo permanente opere di  Alechinsky, Appel, Corneille, Jorn, Vandercam,  Rainer Kriester e Henry Moore, sono visibili fino al 30 ottobre 2024 opere di  Carlos Carlè, Asgar Elde, Enzo L’Acqua e Saba Telli. Le opere d’arte moderna sono esposte in dialogo permanente con opere di arte tradizionale extraeuropea provenienti da Africa, Asia, Indonesia, Oceania . E’ possibile consultare una corposa biblioteca di settore, ed ogni evento è supportato da cataloghi consultabili anche on line. . La direzione artistica degli eventi è di Giuliano Arnaldi.

Où est le jardin.. ?

Un filo rosso mai spezzato lega la creatività di artisti che per tutto il Novecento scelsero quel triangolo magico tra Albisola, Calice Ligure e Cosio d’Arroscia come speciale casa dell’anima. Non solo i Futuristi, Lam, Fontana, Jorn – per citare i più “blasonati” – ma un popolo di creativi respirò quel soffio vitale, e diede un corpo alla propria immaginazione . La loro storia è forse ancora troppo ristretta nei confini del collezionismo locale, mentre risulterebbe di grande interesse generale  per capire cosa accadde in quegli anni, ben oltre i confini locali. La storia dei Situazionisti è in questo senso emblematica; quel vento potente partì da Cosio d’Arroscia ma incendiò prima Parigi e poi il mondo intero, prova provata che l’arte non è solo un grazioso orpello ma formidabile energia sovversiva. Nel “Jardin”  che abbiamo creato tra Cosio e Onzo, ne trovate alcuni, e ne troverete sempre più; nei limiti delle nostre possibilità l’intenzione è quella di creare dei “focus”, delle sintetiche retrospettive su singoli Artisti, senza alcuna pretesa se non quella di accendere una luce.”  L’evento è iniziato domenica 1 settembre a Onzo presso la Locanda Tribaleglobale con Saba telli, che quell’epoca la visse  con rara intensità e la testimoniò con ancor più rara bellezza, attraverso la sua vita e il suo lavoro; in consultazione anche alcuni rari cataloghi e testi legati al lavoro dell’Artista, provenienti da una collezione privata savonese, ed è in preparazione un catalogo che raccoglie la rara ed inedita documentazione;  Dal 15 settembre a Cosio d’Arroscia la galleria derive ospita una “reunion” – come usa dire oggi- di alcuni tra i più interessati manipolatori di materie di quegli anni: Carlos Carlè, Asgar Elde, Enzo L’Acqua e lo stesso Sabatelli per l’aspetto ceramico. 

A “Jardin Situationniste” is born in the Arroscia Valley, a format inspired by the successful book by Asger Jorn “Le Jardin d’Albisola”. The network of exhibition spaces organized by the Associations MAP museo di Arti Primarie and SituaZioni Tribaliglobali hosts a series of events linked to the artistic and cultural experience active in the second half of the last century in Western Liguria, between Albisola and Cosio d’Arroscia. Between Onzo and Cosio, where works by Alechinsky, Appel, Corneille, Jorn, Vandercam, Rainer Kriester and Henry Moore are already permanently exhibited, works by Carlos Carlè, Asgar Elde, Enzo L’Acqua and Saba Telli are visible until 30 October 2024. The modern works of art are exhibited in permanent dialogue with works of traditional non-European art from Africa, Asia, Indonesia, Oceania. It is possible to consult a substantial sector library, and each event is supported by catalogues that can also be consulted online. The artistic direction of the events is by Giuliano Arnaldi.

Où est le jardin.. ?

An unbroken red thread links the creativity of artists who throughout the twentieth century chose that magical triangle between Albisola, Calice Ligure and Cosio d’Arroscia as a special home for the soul. Not only the Futurists, Lam, Fontana, Jorn – to name the most “noble” – but a population of creatives breathed that vital breath, and gave a body to their imagination. Their story is perhaps still too narrow within the confines of local collecting, while it would be of great general interest to understand what happened in those years, well beyond the local borders. The story of the Situationists is emblematic in this sense; that powerful wind started from Cosio d’Arroscia but first set Paris on fire and then the entire world, proof that art is not just a pretty tinsel but a formidable subversive energy. In the “Jardin” that we have created between Cosio and Onzo, you will find some, and you will always find more; to the extent of our possibilities, the intention is to create “focuses”, synthetic retrospectives on individual Artists, without any pretension other than that of turning on a light.” The event began on Sunday 1 September in Onzo at the Locanda Tribaleglobale with Sabatelli, who lived that era with rare intensity and bore witness to it with even rarer beauty, through his life and his work; some rare catalogues and texts related to the Artist’s work, from a private collection in Savona, were also available for consultation, and a catalogue is being prepared that collects the rare and unpublished documentation; From 15 September in Cosio d’Arroscia the Derive gallery hosts a “reunion” – as they say today – of some of the most interested manipulators of materials of those years: Carlos Carlè, Asgar Elde, Enzo L’Acqua and Sabatelli himself for the ceramic aspect.

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FURORE! La furia di Virabhadra parte da Onzo…

https://flic.kr/s/aHBqjB3VU9 clicca qui per vedere la collezione

FURORE! è il titolo scelto per presentare una importante collezione di placche in bronzo Hindu databili tra il XVII E IL XIX secolo raffiguranti il mito di Virabhadra, e provenienti dalla Collezione di Paola e Giuseppe Berger. Nell’imponente Pantheon  induista la figura di VIrabhadra giganteggia; egli distrugge, perché “la pazienza, troppo spesso messa alla prova, diventa furore. (Publilio Siro)”,  perché ad un certo punto il nuovo ed il giusto si fanno  strada solo sovvertendo, demolendo, senza alcuna remora e senza alcuna pietà. E’ il furore per eccellenza, quello di Virabhadra, ovvero la reincarnazione guerriera di Shiva. Presentato in anteprima a Onzo, presso la Casa degli Artisti, sarà uno degli eventi destinato a girare l’Europa in occasione di TRIBALEGLOBALE 24, Pensiamo Immagini, l’insieme di manifestazioni organizzate dalla Associazione SituAzioni Tribaliglobali per celebrare i vent’anni di Tribaleglobale. 

In esposizione novanta placche in metalli diversi – rame, ottone, bronzo – provenienti dalla Collezione dei milanesi Giuseppe e Paola Berger.

Abbiamo da tempo il privilegio di esporre oggetti provenienti da questa importante collezione, prevalentemente riguardante le culture Indiane; nota per la qualità delle opere, la collezione è presente in importati spazi museali pubblici come il Museo Pigorini di Roma ( a cui la Famiglia Berger ha donato oltre mille oggetti “BETEL” ) e la Biblioteca Ambrosiana di Milano, a cui Paola e Giuseppe Berger donarono parte della collezione di placche VIRABHADRA . Grazie alla disponibilità degli eredi di Giuseppe Berger, possiamo oggi esporne la restante parte, quella più  più intima e privata. 

ICONOGRAFIA

Le placche, databili tra il XVII E IL XIX secolo, sono realizzate in metalli diversi, mediante fusione a cera persa o a sbalzo. Ganci ed  anelli indicano l’uso di appenderle nei tempietti di famiglia, la presenza di un manico sul retro che ne consente l’impugnatura rimanda invece ad un uso cerimoniale. Sostanzialmente si conoscono due stili: uno più accurato nel dettaglio, definito aulico, l’altro più essenziale, conosciuto come tribale. La struttura ad arco evoca l’alone di luce che accompagna l’apparizione di un essere divino; dall’alto verso il basso possiamo trovare   al centro un mascherone leonino, ai lati il sole e la luna, il linga yoni, che simboleggia l’unione tra il dio e la dea,  e il toro Nandi, simbolo della cavalcatura di Shiva oppure  Il cobra , singolo o policefalo ma sempre in numero dispari; il volto di Virabhadra è sempre rappresentato come irato e feroce,   il terzo occhio e/o i tre segni sulla fronte indicano la devozione a Shiva. Le braccia possono essere fino a dieci, ed impugnano armi e simboli diversi. In basso, ai lati, si trovano abitualmente Daksa, rappresentato con la testa del montone,  e Sati, manifestazione serena della moglie di Shiva,  o Kali , la sua declinazione terrifica.